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| >>Immaginario, forme espressive, Fori Sociali, e altre cosette che la sinistra deve ricostruire in questo tempo devastato e vile |
| Postato il
08/05/2008 alle ore 17:11:25 |
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2 commenti per questo Blog |
Non è la sconfitta elettorale in sé, sebbene di proporzioni gigantesche, che deve farci paura, ma il modo in cui si è prodotta, le cause che l’hanno resa inevitabile, le prime scomposte reazioni che tutti abbiamo avuto. Il risultato elettorale ha cristallizzato una situazione che io, come moltissimi compagni, vedevo già e che è stata fra gli elementi che mi hanno portato a dare le dimissioni a settembre dai miei incarichi nel PRC napoletano. Sono certo che non abbiano molto senso adesso né chiusure di tipo difensivistico, né divisioni in fazioni che si fanno la guerra per la leadership. E nemmeno bisogna valutare la sconfitta elettorale come uno tsunami che ha distrutto tutto. La sconfitta elettorale è stata la spia di un disagio profondo che un po’ tutti avvertivamo e che aveva a che fare con il compito storico della sinistra, le forme della sua presenza nella società, la capacità di essere in connessione emozionale con le forze che intende rappresentare, con la propria storia e con il proprio presente. Anche e soprattutto con la capacità di essere e di mostrarsi diversa. Vorrei provare, in questa sede, a ragionare su scala ampia per provare a capire come iniziare un percorso di ricostruzione e su quali fondamenta. Mi sembra evidente che la sinistra, non solo italiana, vive una fase di grande difficoltà dovuta, fra l’altro, a una incapacità di offrire rappresentanza. I cambiamenti della società impongono uno sforzo di comprensione e di riformulazione di analisi e approfondimenti che in questi anni ci è mancato. Il nostro passato deve essere la spinta verso la comprensione del presente e non una coazione a ripetere inerte e sempre più separata dal contesto. La nostra politica, per affrontare le sfide che abbiamo di fronte, non può separarsi dalla cultura, dall’immaginario, dalle forme espressive. Provo a spiegare brevemente perché. Il tempo storico da ciclico, e in qualche modo frammentato localmente, è divenuto negli ultimi anni il tempo globale, in corsa verso una ristrutturazione arbitraria e oligodiretta delle forme di convivenza sul pianeta. La forma espressiva di questo arbitrio è la società post-spettacolare, nella quale la realtà viene rimodellata, setacciata, e infine disinnescata. Le cifre psicologiche dell’arbitrio invece sono da un lato la semplificazione manichea della realtà, e dall’altro la caduta verticale dell’affettività sociale. La conseguenza sembra essere un sonno psicotico di massa. Diventa dunque indispensabile lavorare sulle forme espressive, così da rinominare le cose, ricostruire un lessico aderente a ciò che accade e sostituirlo sistematicamente al lessico fittizio di ciò che si vorrebbe far credere stia accadendo. Squarciare il velo non è semplice, richiede intelligenza e fantasia. Una profonda e radicale modificazione della cultura occidentale e mondiale, a partire dai bisogni e dai desideri, è quello che la nuova sinistra deve proporsi, ciò su cui penso misurerà la sua effettiva capacità di penetrazione nella società. La produzione di cultura sociale alternativa diventa allora, nel tempo accelerato della costituzione del nuovo arbitrio, un’arma sostanziale. La centralità della riflessione sulle pratiche espressive dipende anche concretamente dal fatto che il nuovo ordine mondiale metabolizza i processi linguistici, relazionali e comunicazionali (anche e soprattutto quelli che vorrebbero metterlo in discussione) rivomitandoli sotto forma di accrescitori e motori dei processi di valorizzazione economica e trasformandoli in uno dei tanti conduttori della produzione di merci, tanto quelle materiali quanto quelle immateriali. La ricostruzione della nostra espressività appartiene a una necessità che potrei chiamare religiosa, nel senso etimologico della parola (cioè di legare molti intorno a una cosa). La sinistra italiana, europea, mondiale, rinascerà dalle sue ceneri se ritroverà la potenza e la necessità della sua funzione storica; e dovrà farlo anche lavorando sulle forme espressive, su una somma di affinità creative, fino a costruire un nuovo senso comune condiviso. Dobbiamo tornare ad essere riduttori creativi di complessità, imporre e edificare una radicalità nuova, libera e orfana dei vecchi radicalismi. La sinistra che sogno riuscirà a fondere in una fascinazione complessiva, in un’atmosfera di nuovo piena e coinvolgente, le battaglie contro la precarietà e le guerre, per i diritti civili, per la giustizia sociale, per l’affermazione piena della dignità e dell’uguaglianza delle persone. Penso a una bellissima esperienza come il Forum Sociale Europeo che si tenne a Firenze nel 2002, dopo le botte di Genova, mentre eravamo sotto attacco mediatico, schiacciati fra la repressione violenta, l’accusa di fiancheggiare i violenti, la necessità di esserci e di riconoscerci e farci riconoscere. E penso a quel punkabbestia che camminava davanti a me e si fermò a raccogliere la carta che gli era caduta da tasca, sorprendendo me e i fiorentini, partecipe anche lui di una collettiva assunzione di responsabilità. E penso anche ai dibattiti, alle canzoni, agli approfondimenti, ai gruppi di lavoro, agli amori e alle amicizie, alla perfetta organizzazione di quei giorni. La classe operaia forse non c’è più come soggetto unico e monolitico da rappresentare; ma il soggetto a cui ci rivolgiamo, il popolo di cui facciamo parte, è altrettanto internazionale e ancora più grande: è l’immensa collettività formata da tutte le soggettività del lavoro; è quell’enorme moltitudine in marcia per un mondo diverso, migliore, possibile. Il fatto di saltare un giro in Parlamento non cambia i termini della questione; solo ci costringe a fare i conti con gli errori e a tirare fuori tutta la forza che serve per ricostruirsi e riprendere la lotta con strumenti migliori e più efficaci. Questa costrizione non fa che rendere evidente a tutti la necessità di accelerare il processo di edificazione della nuova sinistra. Mi chiedo: senza la batosta elettorale avremmo trovato la voglia e l’energia per cambiare noi stessi in profondità? E possibile che il popolo di sinistra abbia capito prima e meglio del ceto politico che era necessario un trauma per riaprire i rubinetti del ragionamento e dell’immaginazione? E ancora: saremo in grado di capire che il cambiamento di sé è il prerequisito fondamentale per cambiare il mondo? E sapremo autorivoluzionarci?
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drac ha scritto: |
| Per costruire un mondo diverso, migliore, possibile, bisogna innanzitutto credere sia possibile. |
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Balubba ha scritto: |
| Per costruire un mondo diverso ci vogliono persone credibili. Il gruppo dirigente del PRC di Napoli ha vissuto di rendita, il partito non esiste e questi sono i risultati. Prima di proporre grandi soluzioni e orizzonti valoriali biosgna avere il coraggio che alcune persone non hanno più la credibilità per andare in mezzo alla gente normale. Ognuno si faccia l'esame di cosvienza, analizzi il ruolo che ha oppure che ha avuto e tiri le proprie conclusioni con umiltà. La politica è una cosa seria, e molta gente è stanca di vedere le solite facce che non hanno mai avuto niente da dire. |
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