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| >>il giustizialismo |
| Postato il
19/12/2009 alle ore 01:42:50 |
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| Claudio Velardi (ex assessore al turismo e i beni culturali della regione campania) mi invia su facebook questo post firmato “retico”:
Il giustizialismo è anche un business (e ha intossicato l’Italia)
di Retico
Sedici anni fa una folla di militanti del Pds spacciati per “la gente” si radunò davanti al Raphael per tirare monetine a Craxi. Rispetto ad allora che cosa c’è di nuovo nei fatti di Milano? Mi verrebbe da dire: il tentativo di girarla a farsa. L’ignobile aggressione ebbe una certa tragica epicità. Ora si cerca di buttarla sul ridere. E tuttavia il filo del percorso tra questi due fatti induce ad una domanda: non ci stiamo, per caso, incattivendo? Non c’è qualcosa, nello spirito pubblico degli “italiani”, che si è incanaglito, imbarbarito e fatto più cinico?
Benedetto Croce metteva in guardia dai tentativi di tipizzare i popoli e di enuclearne pretesi “caratteri”. Contava, per lui, la storia dei popoli, non una loro pretesa identità culturale. La storiografia marxista (da Gramsci a Procacci) riscoprirà, invece, il “carattere” come una cifra ideale che, in fasi storiche diverse, si mostra e dà un’immagine coerente di un popolo, dei suoi comportamenti e delle sue opinioni. E allora: c’è oggi un “carattere” evidente degli italiani?
Da 15 anni il tema che ci intrica e ci appassiona è il tintinnio delle manette e l’attesa (per fortuna, perennemente insoddisfatta) del grande “processo”, del lavacro che inchioderà il potente mafioso e lo ridurrà in catene. Il “processo” giudiziario domina la satira (quella stampata e quella recitata in tv) ed è diventato l’ossessione dei palinsesti e dei conduttori ditalk show: c’è chi riproduce in tv “giornate in pretura” e processi veri; c’è chi ne inscena di finti nei propri studi agli imputati che vorrebbe alla sbarra.
Il “giustizialismo” non è soltanto diventato (in Italia) una piattaforma di partito, un dato identitario, una assicurazione di fortuna e di carriera poltica, ma alimenta un’industria “culturale”: quella imperniata attorno a gruppi editoriali che non si accontentano di un’anglosassone funzione di “critica del potere”, ma rivendicano un ruolo di “partito”; quella di quotidiani (e ne fioccano di nuovi ogni giorno) che fanno a gara a chi si avvicina di più ad un “mattinale” di questura; quella di case editrici (ma anche di produzioni cinematografiche) che impongono una lettura della storia italiana degli ultimi vent’anni ridotta alla sola cifra del “complotto”, ad un’unica trama tessuta dagli stessi onnipotenti e onnipresenti burattinai: la P2, la mafia, Berlusconi e il Vaticano.
C’è qualcosa, in questa deriva di oltre un ventennio, che haintossicato l’opinione pubblica e ingrigito il rapporto tra gli italiani e la politica? Io credo di sì. Il vero segno negativo della storia della Seconda repubblica rischia di essere il tratto culturale imposto, in questi vent’anni, dall’egemonia del giustizialismo. E che ha condotto ad un’involuzione dello spirito pubblico. Non sarà facile uscirne. Non sarà facile tornare ad un paese “normale”. Anzitutto perché non sarà facile smontare ilbusiness editoriale e mediatico che si è autoalimentato nella rappresentazione “complottarda” della storia italiana di questi anni. E che sta incattivendo gli italiani e rendendo più mediocri e rozze le loro aspettative politiche.
Una soluzione? Inviterei a rileggere qualche passo di Giacomo Leopardi. Uno in particolare: quello in cui egli lamenta, come tratto endemico di debolezza del costume nazionale, “l’assenza di conversazione” indotta dall’attitudine alla “vita all’aperto”, che va “a scapito dell’accudimento di una vita interiore, della fatica di costruirsi un io di profondità e non di facciata, della conversazione come elemento di confronto con l’altrui interiorità”. Non è un po’ così oggi? Non è, forse, la disabitudine al dialogo, la demonizzazione dell’avversario, il timore del reciproco riconoscimento il prodotto avvelenato dell’industria culturale “giustizialista” che ci sta incattivendo? Al punto che, come ha scritto qualcuno, “se è bello essere italiano, un po’ meno lo è farlo, per nulla subirlo”?
Io rispondo:
Trovo interessante e stimolante il fatto che io non condivida nemmeno una riga di questo post. Non mi sembra la sede in cui prendermi la libertà di un ragionamento approfondito ma proverò a sintetizzare in due punti la mia totale alterità a questo tipo di ragionamento:
1. (questo, mi è chiaro, non è il fulcro del ragionamento; ne rappresenta però premessa e in quanto tale lo valuto) la vicenda della contestazione violenta a Craxi e l'aggressione di Tartaglia non sono comparabili. per quanto molti possano trovare ragionevoli similitudini nel clima del paese in un caso è folla che contesta esasperata, nell'altro squilibrato che agisce in preda a chissà quali decodificazioni della realtà percepita.
2. Il segno di questi anni non è il giustizialismo. Il segno di questi anni è la lotta di un singolo molto potente (attorniato da un battaglione di personaggi a cui dà lustro, lavoro e potere) per scappare da processi in cui è imputato. Che quel singolo sia il presidente del consiglio pone il fatto all'attenzione di tutti.
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