ieri ho seguito un pezzetto di Ballarò, un po' distrattamente, mentre scribacchiavo appunti di lavoro, e con l'altro occhio leggevo il nuovo Eimerich. C'erano Castelli, Di Pietro e Grasso sul tema delle intercettazioni (poco dopo a Matrix invece c'era Genchi, questo grassone, consulente investigativo informatico delle procure che avrebbe un infinito archivio di intercettazioni ordinate prevalentemente da De magistris). Quello che ha attirato la mia attenzione è il discorso di tutti era incentrato su quando, quanto, per quanto tempo, e in che casi si possa intercettare. E' ragionevole parlare di questo, certo una regolamentazione ci vuole, ma nessuno parlava di quello che mi sembra il vero problema: come cittadino io voglio che un giudice possa usare lo strumento delle intercettazioni per le sue indagini. Non voglio invece che possano uscire sui giornali le conversazioni private degli indagati, o di chi parlava con gli indagati. Questo è assurdo, sia nel caso di persone che non hanno commesso nessun reato che nel caso di persone responsabili di reato. Quella massa di conversazioni private che possono servire al giudice a montare il castello accusatorio, non devono essere divulgate. Basterebbe ritenere il giudice che le dispone e che le analizza responsabile della loro segretezza. Lo dico da giornalista: questa non sarebbe una limitazione alla libertà d'informazione, ma la tutela del diritto alla privacy anche di chi ha commesso reati. Al limite si può pensare di divulgare solo brevi stralci nei quali risulta la dimostrazione dei reati, ma anche questo, prima che si vada a processo, mi lascia perplesso. Ma non certo le conversazioni con amici, amanti, che nulla hanno a che fare con l'indagine, ma che espongono le vite private alla pubblica gogna.