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LA LIBERTA' DIMEZZATA DEL' INFORMAZIONE

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E adesso il Comune ...

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LA PROPAGANDA

Postato il 13/09/2011

Caracò è una nuova casa editrice napoletana, fondata dal drammaturgo Mario Gelardi. Il primo libro della collana i singoli sarà il mio La Propaganda, un racconto lungo ambientato nella Napoli di fine '800. La Propaganda è la storia vera che portò all'Inchiesta Saredo. Fra i personaggi di questo racconto Enrico Leone, Arnaldo Lucci, Arturo Labriola, Matilede Serao, Eduardo Scarfoglio e tanti altri. E' una vicenda che mi fu raccontata anni fa da Ermanno Rea, che mi incitava a scriverne, e che ho cullato per anni come progetto pensando di scrivere un romanzo. Invece, e forse è meglio così, è venuto fuori un racconto lungo di 50 pagine. Presenteremo il libro in anteprima il 29 settembre in occasione dell'incontro "dialoghi con gli scrittori" del forum delle culture.

 

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riflessioni notturne sul voto al comune di napoli

Postato il 12/04/2011

Soprattutto se ti allontani di qualche centinaio di chilometri quello che accade a Napoli sembra davvero incomprensibile. Io a Napoli ci sono nato e ci ho vissuto 35 anni, e quindi alcune cose le capisco, mi sembra di riconoscere i fili invisibili ma resistenti che reggono molte dinamiche. Eppure lo spettacolo delle primarie per il candidato sindaco del centrosinistra prima che disgustarmi mi ha lasciato perplesso, stupito. Confesso che non riesco a scorgere una regia, gli interessi, le convenienze. Gli unici che mi sembra possano avvantaggiarsi rispetto al comportamento del centrosinistra napoletano sono gli uomini di una destra che a Napoli, purtroppo, è ancora più pericolosa e compromessa che a livello nazionale. Lo scoramento è grande, la sfiducia totale, la speranza poca. Eppure io amo la mia città, e ho deciso di non prendere la residenza a roma fino a che non ci saranno state le elezioni amministrative. Continuo, imperterrito, a pensare che bisogna andare a votare. Ma per chi?

Sto condividendo e guardando con attenzione il percorso di Nichi Vendola e di Sinistra Ecologia e Libertà. A Napoli però la scelta di SEl di appoggiare il candidato del PD dopo il penoso spettacolo delle primarie, abortite senza spiegazioni né autocritiche, mi sembra una scelta suicida. Eppure non rinuncio a pensare che il progetto di Sinistra Ecologia e Libertà sia un progetto importante, sano, vincente. L’unico movimento in campo in questo momento in cui un po’ riesco a riconoscermi, che in parte mi rappresenta. Penso allora che possa avere senso, per me, esercitare il diritto di voto disgiunto: votare De Magistris come sindaco e all’interno della lista di SEL un candidato che rappresenti quella parte di militanti e dirigenti che ha votato per l’appoggio a de Magistris. De Magistris non è il mio candidato ideale, ma sono tanti anni ormai che non credo più, andando a votare, di riuscire a unire l’esercizio del voto alla complessità dei miei ideali, delle mie aspettative, della mia immaginazione del futuro. Credo solo, molto più umilmente, che valga la pena votare, sempre, scegliendo in maniera molto razionale la soluzione più accettabile, più vicina a quello che vorrei. Io avrei voluto che Mancuso vincesse le primarie. Così non è andata. Poi avrei voluto che sul fallimento delle primarie si aprisse una fase di spiegazione sincera e di autocritica pubblica. Così non è stato. Poi, ancora, avrei voluto che SEl scegliesse de Magistris, un candidato di rottura, che può rimettere in moto meccanismi di partecipazione. Così non è stato. A questo punto non mi sento di non dare il mio voto a un progetto che ha bisogno ancora di cura e di credito, ma non mi sento nemmeno di votare l’anonimo candidato del PD, ostaggio delle correnti e dei giochi di potere.

Per me la quadra è votare De Magistris e scegliere dentro Sel un candidato che crede che Sel debba essere ciò che io credo debba essere: un partito nuovo, fortemente radicato a sinistra, che faccia della molteplicità un valore e non un freno, che abbia il coraggio di rischiare il presente e il futuro, soprattutto in una situazione come questa, nella quale tutto sembra crollare, e nella quale non c’è davvero niente da perdere, ma solo un eventuale ipoteca da iscrivere sulle possibilità infinite, sempre maggiori di ciò che pensiamo. Soprattutto, soprattutto in una città come Napoli, adorata e sfregiata, che non si merita la mia e altrui stanchezza.

 

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LA LIBERTA\' DIMEZZATA DEL\' INFORMAZIONE

Postato il 06/02/2011

Sembra che nel nuovo millennio il sistema dell'informazione si sia dimenticato la grande responsabilità che ha nel formare l'opinione pubblica. Il sistema mediatico integrato, selezionando le notizie, costruisce il senso comune. Ogni giornalista dovrebbe ricordarselo sempre. In Italia in questi giorni la distorsione dell'informazione appare evidente, eppure il problema non è solo italiano. Ricordate tutti i giornali americani che scrivevano che in Iraq c'erano le armi di distruzione di massa? Molti cittadini sono ancora convinti che ci fossero, e che quello sia stato il motivo per cui è iniziata la guerra. La notizia falsa è strillata in prima pagina, la rettifica o non c'è o è affidata a un trafiletto nelle pagine interne. Il problema non è solo italiano, ma l'Italia è uno dei protagonisti dell'informazione malata, asservita al potere, fraudolenta.

Non è questione di destra o sinistra, di stampa schierata o “obiettiva”, è una questione che attiene a diritti e doveri dell'informazione. Non sarà un caso se nella classifica 2010 sulla libertà di stampa l'Italia è al 72° posto ed è considerata un paese solo “parzialmente libero”. Questa semilibertà dell'informazione italiana costruisce una rappresentazione conflittuale della realtà nella quale la stampa e i media in generale non sono osservatori e narratori del conflitto, ma parte in causa.

È forse appena il caso di ricordare la sequenza di attacchi mediatici scatenati di volta in volta su personaggi a vario titolo sgraditi al potere politico: direttori di giornali costretti alle dimissioni da falsi dossier, giudici colpevoli di sentenze sgradite spiati dalle telecamere mentre vanno dal barbiere, e presi in giro per il colore dei calzini. E ancora: inesistenti dossier usati come arma di pressione contro importanti rappresentanti di istituzioni o associazioni di categoria, direttori di telegiornali che confondono volutamente termini giuridici per avvantaggiare il proprio referente politico. E potrei continuare. Gli ultimi due casi, poi, mi sembrano particolarmente gravi: da un lato il direttore generale della Rai che (in una sorta di censura preventiva da prima serata) telefona in diretta durante una trasmissione della sua azienda annunciando che la puntata non ancora iniziata “potrebbe” violare il “codice di autoregolamentazione in materia di vicende giudiziarie all'interno di programmi radiotelevisivi”; dall'altro un giudice che sta indagando su reati gravi forse commessi dal Presidente del Consiglio (fermo restando che la presunzione d'innocenza vale per tutti, anche per il Premier) e che viene attaccata da un quotidiano nazionale che pesca dagli archivi una presunta relazione sentimentale con un giornalista di Lotta Continua risalente agli anni '80. La procedura è ormai nota: se dai fastidio cercherò qualunque cosa che possa metterti in cattiva luce.

L'obiettivo in questo caso è punire chi attacca il potere, e scoraggiare altri dal farlo, anche se si tratta di magistrati nell'esercizio delle proprie prerogative. Il quadro viene completato da notizie false o incomplete, da una gerarchia delle notizie stabilita ad uso del proprio referente, da una narrazione della realtà quantomeno parallela, se non palesemente falsa. Mi torna in mente la lapidaria frase di Chesterton“Non c'è bisogno di una censura della stampa. Abbiamo già una censura ad opera della stampa”.La stampa italiana è libera di scrivere ciò che vuole: non è nel divieto che si esplicita la nostra “semilibertà”. La nostra libertà a scartamento ridotto è dovuta alle anomalie del sistema, a una politica permanentemente in lotta al suo interno e con gli altri poteri dello stato, a intere redazioni costrette al rango di difensori del padrone, a un'autocensura coatta. Ma è dovuta anche, evidentemente, allo scarso rispetto che molti giornalisti hanno per il proprio mestiere e all'eccessiva confidenza che hanno con il potere. È ovvio che concentrarsi su alcune notizie, a volte costruirle come un puzzle fino a confezionare la verità più comoda, utilizzare il proprio mezzo d'informazione come un'arma puntata sugli avversari politici, tutto questo distoglie i giornalisti dal produrre un'informazione corretta; direi di più: l'informazione corretta diventa quasi il nemico da abbattere. La stampa deve stare dalla parte dei cittadini, o del proprio padrone? La stampa ha solo diritti o anche doveri?

Fra i doveri della stampa c'è anche quello di manifestare con chiarezza qual è il criterio con il quale si stabiliscono le priorità delle notizie, di spiegare perchè diamo una notizia e non un'altra? Queste sono, a mio avviso, alcune delle domande che il sitema dei media dovrebbe porsi in questo periodo. L'imbarbarimento del sistema informativo riguarda tutti, in Italia in particolare una riflessione seria da parte della categoria sembra indispensabile.  (Pubblicato su Romac'è)


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Il tempo sospeso di Nisida, una troupe nel carcere minorile

Postato il 26/01/2011


La napoletana HangingRock debutta con la casa circondariale raccontata ne «L'Isola»

 

NAPOLI - «Si pensi al rapporto che lega qualunque creatura reclusa, umani o altri animali, al cielo. Quando ogni altra dimensione è sbarrata, lo sguardo cerca il cielo e lo invidia. Affida la propria nostalgia a una nuvola. È per questo che i prigionieri si arrampicano sui tetti, e anche tanti che non sono prigionieri. Il cielo e la libertà fanno tutt'uno» scrive Adriano Sofri. E se il prigioniero invece è già sul tetto del mondo, e per giunta circondato dal mare? Se una Sirena lo rende ancora più prigioniero, incantandolo con tutto quel falso movimento? E se questi ha tutta la vita davanti? Questo film non a caso comincia dal cielo e piomba sul mare. Le riprese aeree, utilizzando magari un’iconografia consueta — dai primi fantasy (King Kong) a Lost — ci portano sull’isola di Nisida dalla natura incontaminata che ha «solo» il penitenziario minorile.

«Professò, quanto ci impiegano a trascorrere 16 anni? ». Bella domanda. Non è stato facile per la troupe di Luigi Pingitore della neonata HangingRock Film entrare in questo posto. «Per prima cosa — racconta il regista — ti investe l’incredibile bellezza selvaggia dell'isolotto. Il carcere si raggiunge faticosamente, è arroccato sull’estremità dell’isola. Per arrivarci incontri rocce a strapiombo sul mare, falesie di tufo e gabbiani e nessuna abitazione. Alla fine incontri gente che deve scontare una pena. E non c’è nulla di scontato».

«L'Isola» è un documentario possibile grazie soprattutto alla volontà della direzione e degli insegnanti di questo posto molto speciale, pensato per minori anche con pene serie e col carcere vero dietro l’angolo, che li attende con la maggiore età. Ha sbarre solo nelle camerate, ma ai piani alti o alla mensa, nelle stanze comuni, finestre e basta che lasciano entrare rumori della natura. «Ho cominciato questa esperienza un anno fa — racconta Pingitore — con altri scrittori napoletani (Brun, Gelardi, Del Giudice, Rinaldi e poi Petrella) chiamati dall'insegnante Maria Franco per un laboratorio di scrittura. L’idea era quella di scrivere assieme ai ragazzi un racconto, orientarli sulle tecniche narrative. La Franco è una docente che si guarda attorno, e crede che un certo tipo di persone possano interagire con questo mondo. Questi ragazzi potresti incontrali a Mergellina o al Vomero o così pare, eppure hanno condanne importanti, per stupro o peggio. Quando gli ho detto, sono un regista, ridendo mi hanno chiesto, ma tu, quanto guadagni? Gli ho raccontato la mia storia e ho avuto qualche pacca sulle spalle. Avevo appena parlato con un ragazzo che potrei incontrare in un bar, è li per un duplice omicidio ed ha 17 anni». In questo «mondo» gli agenti vestono come gli educatori, gli psicologi o i medici, senza pistole. Il 90 per cento dei ragazzi sono di Scampia. Le uniche ragazze sono di etnia rom. Restano qui perché i giudici, per i rom, non ritengono possibile l’affido familiare. Qualche volta alle finestre senza sbarre gli affacci riservano anche sorprese, l’isola conserva resti dell’ex lavanderia borbonica attiva nel periodo preunitario. E quest’anno il laboratorio è sui prigionieri illustri, Luigi Settembrini, Carlo Poerio. La lezione è raccontata, il docente mai pedante, i ragazzi hanno bisogno di fabulae. «Quando abbiamo visto quelle facce e ascoltato quelle storie — dice Pingitore — abbiamo avvertito il bisogno di descriverle in una forma che non si esaurisse nel racconto».

Il direttore Gianluca Guida agevola corsi di pasticceria, falegnameria, di presepio artistico e le attività sportive, a Nisida c’è un campetto di calcio. Quindi ha visto «Scampia Trip», un film precedente di Pingitore e gli è piaciuto. E ha scritto al ministero, che oggi patrocina il progetto. «Abbiamo aspettato 9 mesi per ottenere una dozzina di turni autorizzati, di quattro persone per turno (Emmanuele Pinto alla fotografia, Giuliano Caprara al montaggio, Francesco Carignani produttore esecutivo) e ci sto una giornata intera a Nisida — sempre Pingitore —. Per le interviste devo chiedere l’autorizzazione al direttore che a sua volta la richiede al magistrato. I ragazzi un po’ si esaltano un po’ si spaventano. Ma dura poco. C’è una strana pace qui. Ricordo gli occhi di un ragazzo di Palermo, trasferito qui perché in Sicilia ne combinava di grosse, ma a Nisida è come se avesse preso consapevolezza del dover solo scontare la sua pena». «Qui c'è una tale densità umana e di bellezza geografica che ti chiedi come rendere tutto questo, anche perché crediamo che in qualche modo tutto questo aiuti a maturare la convinzione che la bellezza è una cosa da conquistare». HangingRock Film è un collettivo nato da un’idea di Mario Gelardi e Pingitore e comprende gli sceneggiatori de «L’Isola», Riccardo Brun e Angelo Petrella. La stessa factory per quest’anno ha in cantiere anche un docufilm de «La Ferita» (storie di vittime innocenti di camorra edite da Ad Est dell’Equatore) sostenuto dal ministero dei Beni culturali.

Luca Marconi per il Corriere del Mezzogiorno
21 gennaio 2011
(ultima modifica: 25 gennaio 2011)

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